Camminare è Meditare
30 Maggio 2017

Camminare è Meditare

Siamo nati per camminare.

Dopo la respirazione, camminare è l’attività umana più naturale. È semplice e innata.

Camminare è una splendida metafora: la specie umana, infatti, ha avuto inizio in quel preciso momento in cui il nostro antenato si è alzato e ha camminato.

Evolutivamente è diventato un richiamo e non ci siamo più fermati. Perché è sempre nel movimento che le cose trovano il loro significato. Abbiamo camminato alla ricerca di cibo, di terre, di lavoro, anche di sogni e nuovi orizzonti. Poi abbiamo camminato alla ricerca di dio e di senso, di libertà e soluzioni. Ci siamo anche allontanati da guerre e fame, dolori e ingiustizie.

L’intera traccia del percorso evolutivo dell’umanità è descritta dai passi di ogni individuo, concreti e metaforici. 

Oltre ai Greci (che camminavano e camminavano sotto i portici dell’Accademia di Atene), lo sosteneva anche Blaise Pascal: “La nostra natura è nel movimento”.

Con Goethe la passeggiata diventa un gesto culturale, attività ancora destinata a pochi ma approdata a luogo dello spirito. Dunque, oltre a macinare passi per lavoro, fatica o bisogno, finalmente l’umanità può passeggiare: per contemplare, per rilassarsi, per piacere, appunto.

Il gesto più naturale, grazie a una interpretazione tutta intellettuale, ridiventa nostro. 

Con gli Stati Uniti camminare e soprattutto correre diventano necessità. SI cammina e si corre per dimagrire, asciugarsi, allenarsi, competere, sudare, vincere. 

Ma improvvisamente un giorno, sempre negli Stati Uniti (perdonate la sintesi), in massa hanno smesso di correre (strappi muscolari, tendiniti) e hanno rallentato. O forse sono e siamo diventati pigri. In ogni caso, gli studi di yoga hanno cominciato a riempirsi. E l’Oriente a imprimere richiami. E le strade a riempirsi di camminatori, anche di ‘camminatori veloci’. Richiamati, come Forrest Gump, da un inspiegabile istinto a procedere…

Ora, non c’è niente di più complicato della semplicità e non c’è nulla di più complesso di una divulgazione scientifica corretta.

Semplicemente, si è scoperto di nuovo, grazie anche al contributo della scienza, che camminare fa bene. È una terapia. Previene ictus, ipertensione, obesità, colesterolo, osteoporosi, infarto. Stimola il metabolismo e consuma le scorte di grasso accumulato.

Ma non solo. Riduce il rischio di depressione e migliora l’umore, mantenendo alta la produzione di cortisolo. Mette in equilibrio i due lobi del cervello, stimola neuroni, idee e pensieri.

Camminare fa molto bene anche perché migliora la respirazione: i nostri polmoni lavorano di più e quindi migliora la capacità respiratoria, che da superficiale diventa profonda. Un continuo allenamento del corpo a funzionare meglio.

Non volendo scomodare gli sciamani toltechi, conosciuti attraverso Castaneda, e le loro ‘camminate dell’attenzione’ e nemmeno i maestri zen con la ‘camminata consapevole’, basata sul ritmo del respiro, e infine neppure la metafora del pellegrinaggio a piedi in luoghi santi (per i pellegrini era più importante la meta o il cammino in sé?), l’arte di camminare per secoli ha rappresentato una straordinaria terapia. I pellegrini camminavano per curare mali fisici e non solo per ricercare dio o distogliere la mente dai problemi. Ma anche oggi, Bjork, islandese nata tra i ghiacci, in una recente intervista ha detto: “Noi Islandesi non andiamo in chiesa o dallo psicologo: per sentirci meglio passeggiamo”.

Per questo e molto altro camminare è meditare: è una pratica consapevole, che allontana ansia e preoccupazioni, che tiene la mente ferma ai passi da fare (‘camminata dell’attenzione’) e che, in silenzio o in gruppo, con decisione o con lentezza, comunque con leggerezza, riporta l’attenzione sul respiro e sul presente. 

Scioglie corpo e mente (solvitur ambulando, camminando si risolve). 

Lasciando tutto il resto alle spalle. 


Carmen Cecere

SQY