camminare
09 Novembre 2018

Camminare: la via norvegese alla felicità

Parte terza

Questo mese voglio raccontare una piccola storia: come possiamo essere destinati a qualcosa o qualcuno.

Stavo chiudendo l’articolo precedente (Cammina, medita, respira. Naturalmente…) e nella fantastica libreria sotto casa la mia mano tocca un libro. Niente di inusuale, lo ammetto. Accade spesso. Il libro, pubblicato quest’anno da Einaudi, aveva un titolo epico: "Camminare. Una pratica sovversiva". L’autore è Erling Kagge, esploratore norvegese che per primo ha raggiunto a piedi Polo Nord, Polo Sud ed Everest, nonché autore di un best seller sull’elogio del silenzio.


Superando lo snobismo con cui guardo la parete dei romanzi su scalate e avventure di uomini sempre definiti eccezionali, decido di comprarlo e di leggerlo.


La destinazione sta in questo: con questo nuovo articolo possiamo definire compiuta (ma forse non conclusa) la nostra personale trilogia sul camminare come pratica dell’anima


Il romanzo di Kagge è arrivato a chiudere un cerchio, quel cerchio di cui abbiamo parlato altre volte: per lo scrittore camminare è la via norvegese alla felicità, proprio come il Lagom svedese di un nostro articolo precedente. Chiudevo un pezzo sull’importanza di camminare e trovavo letteralmente sui miei passi un romanzo sul camminare come necessità, come spinta quasi ineluttabile, avendo l’autore confessato di averlo scritto per dare risposte soprattutto a se stesso. 


Un giorno mia nonna non poté più camminare. Aveva 93 anni. Aveva camminato per boschi e foreste tutta la vita. Quel giorno stesso morì”. Kagge riassume così la nascita delle sue riflessioni sul senso del camminare. Sua figlia, che cominciò a camminare il giorno in cui sua nonna morì, da preadolescente gli chiese, sorprendendolo “Perché bisogna camminare, se si fa prima in macchina?”.


Oggi dove risiede il senso del camminare, se camminando guardiamo tutti lo schermo dello smartphone e non la strada e le persone?


Qual è il senso di muoversi lentamente da un posto all’altro?


Camminare, lo sappiamo, è un gesto semplice e naturale, eppure ha inizio da un’azione difficile, ardua: un bambino, alzandosi per muovere il primo passo, compie uno sforzo mai fatto prima, gesto imponente e anche pericoloso, inciampando, cadendo o facendosi male. La cosa certa è che di tutto questo sforzo non avrà memoria. Ed è per questo che tendiamo a mettere tutto da parte molto presto. 


Secondo Kagge camminare è sovversivo perché camminando chiunque può sottrarsi alla “tirannia della velocità”. Camminare appare contrario a quello che ci viene richiesto per stare al passo: la velocità. Rallentando si percepisce “tutto quel meraviglioso insieme di movimento, umiltà, curiosità, odori, suoni, luci e nostalgia”. Rallentare non significare fermarsi, solo proseguire osservando


Il mondo è organizzato in modo da tenerci il più possibile seduti (anche in senso figurato). Seduti, passivi, poco reattivi. Solo così possiamo contribuire al prodotto interno lordo, solo così possiamo consumare quanto le aziende producono. Kagge parla di rivoluzione: vi siete mai chiesti perché, per protestare in piazza, camminiamo in corteo?  


Camminare è anche radicale: una zona franca tutta per noi che ci consente di procedere, andare, anche allontanarci, comunque progredire. Camminando gli umori, i rumori di fondo, le preoccupazioni appaiono irrilevanti perché restano alle nostre spalle. Mentre la mente e gli occhi si soffermano su paesaggi, alberi, natura, palazzi, volti che ci sfrecciano accanto, come da un finestrino del treno.


Non tutti siamo evidentemente norvegesi, islandesi o svedesi, ma siamo in molti a riscoprire la felicità nascosta in questa attività così piccola e quotidiana in un bosco, sulla sabbia, in campagna: abbiamo scoperto che camminare fa bene, sviluppa il pensiero, è curativo, consolida il silenzio interiore, allontana i pensieri insistenti al ritmo solido e dolce di un piede dietro l’altro, come una meditazione in movimento. 

È in questa unione tra fuori e dentro che potrebbe risiedere il senso del camminare.  L’uomo si è evoluto agendo e non restando fermo: abbiamo sempre camminato…


Scrive Kagge che “camminare ci ha reso possibile diventare quello che siamo e, se smetteremo di farlo, smetteremo anche di essere esseri umani”.


In ogni passo compiuto dall’uomo è incisa la storia della cultura umana, in cui corpo, interiorità e “mondo come spazio aperto” formano una costellazione. Quella mappa fatta di segni, emozioni e idee che ha orientato e continuerà a orientare l’uomo nella ricerca di senso.


Così conclude Kagge: “Camminare significa vedere se stessi, amare il mondo, avere contatto con la terra e lasciare che il corpo si muova al ritmo dell’anima”.


Vogliamo chiudere con una curiosità contenuta nel libro. Sapevate che in una metropoli come Los Angeles, nelle quali tutti si spostano in auto, può capitare che la polizia possa fermare qualcuno solo perché camminare desta sospetto? “You walked?”


Carmen Cecere