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10 Maggio 2019

La coda - Prima puntata sentimentale di "Le lezioni di Sabrina": racconti e memorie di yoga

SQY inaugura con questo articolo una serie di frammenti di scrittura sullo yoga come esperienza e sulla pratica di Sabrina Querella. Sullo yoga che Sabrina Querella insegna, dal primo incontro con Vanda Scaravelli e Sandra Sabatini alle nuove ricerche su corpo, mente e respiro. 

Buona lettura!



Ho tanti ricordi legati allo yoga. Pratico yoga da tempo e sono certa che mai smetterò. Dunque ne ho davvero tanti. Potrei raccontare come arrivò l’intuizione di volerlo fare: avvenne in un secondo in modo lucido (lo so, la memoria inganna e potrebbe essere anche frutto di una lunga decisione inconsapevole). Una scintilla. E così l’incontro con la prima scuola e la prima insegnante avvenne per caso esattamente un mese dopo essermi chiesta dove e con chi, ripromettendomi di stare lontana da guru, inesperti di anatomia umana, cantatori di preghiere di cui ignorassi il significato letterale, oratori compulsivi. E compagni di pratica (quasi sempre donne) compulsivi nel racconto di personali illuminazioni sulla via di Damasco, racconto a più voci che toglievano tempo prezioso ai preziosi e attesi novanta minuti di lezione...  

Potrei raccontare l’emozione e lo stupore della prima lezione: gli odori nella stanza, gli odori nello spogliatoio, lo studio arredato in modo etnico e non curato ma pazienza, l’incontro con la disciplina, il silenzio formale, la puntualità, il rispetto delle regole di ingaggio con l’insegnante. L’incontro con lo yoga, esperienza desiderata con costanza e improvvisamente lì, presente in un appartamento torinese, letteralmente in carne e ossa. 

Potrei ancora dire della sensazione fisica di come e quanto lo yoga abbia stratificato fuori e dentro di me, lezione dopo lezione, riti e memoria del corpo, ricordi muscolari, consapevolezza del gesto e reazioni sconosciute. Il corpo si risveglia, senti di sentire, avverti vitalità e distensione, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.


Quello che voglio raccontare però è racchiuso in due frammenti precisi, taglienti come la luce che divide in due e separa la parete invisibile di polvere e pulviscoli sospesi in una calda stanza d’estate.



primo frammento

Felice a testa in giù

La prima volta a testa in giù in mezzo alla stanza e non attaccata al muro è stata indimenticabile. Il mondo capovolto. La tenuta dell’equilibrio. La testa che mantiene il peso e il peso che si fa leggero. Le tensioni al collo che si sciolgono, le mani dietro la nuca come una ciotola o una corolla a circondare e contenere delicatamente una nuca improvvisamente soffice. Gambe tese per la posizione ma lievi. Torso dritto (beh, forse non la prima volta…), schiena rispondente e attiva ma allo stesso tempo fluida. E la testa, anzi la mente. Sgombra, libera dai pensieri. Anche lei leggera… Niente altro che il balcone di fronte a me, a un corpo posizionato al contrario che non sfida nulla, non pretende alcuna competizione ma beatamente resta in ascolto e prova a capire cosa sia questa stramba posizione. Pezzo di cielo, suoni dalla strada, odore del pavimento di legno. Libera di restare così, lasciando la comprensione del funzionamento del corpo al naturale scorrere delle cose…


secondo frammento

La coda

Lezione dopo lezione cominciavo a sentire parlare di "coda". Distendiamo la coda, a terra portiamo la coda verso il muro (allunghiamola), tutto risiede nella coda. Secondo Treccani e secondo ogni dizionario del mondo e di ogni lingua la coda è la parte assottigliata del corpo dei vertebrati opposta al capo, costituita da un asse scheletrico, da muscoli e da tegumento. Insomma la coda… Quella del cane, del gatto, del topo, del leone. Una parte che scodinzola e si allunga e si distingue dallo scheletro. Una porzione anatomica che noi esseri umani non possediamo e di cui a volte però ci ricordiamo istintivamente, percependone la memoria quasi fisica. Noi abbiamo il coccige, ‘osso sacro’ che conclude anatomicamente, racchiudendola, la colonna vertebrale verso il basso, aprendo al primo chakra e allo scambio di energie con la terra. 

Cosa si attiva dalle parti del coccige quando pratichiamo yoga? Perché lezione dopo lezione sentivo parlare di coda molto più che di polpaccio o di muscoli del collo?  

L’ho capito distintamente con il tempo. E chi pratica lo sa. Lo yoga è realizzativo: per comprenderlo bisogna praticarlo. Averlo capito però non significa saperlo descrivere. 

La coda è diventata quella zona di conforto in cui ogni cosa acquista senso, in cui il senso dello yoga prende corpo, un punto osseo ma anche intangibile, che, oltre la disciplina delle posizioni, mi ha reso consapevole di come sia fisico il rapporto solo apparentemente metafisico tra mente e corpo.

La coda è quella strana attitudine che entra in azione quando cammino e voglio sentirmi eretta, quando sono seduta e voglio sentirmi dritta, quando sono distesa e voglio allungarmi come al risveglio dopo ore di sonno. 

La coda è la coda e vi invito a scoprirla…

Carmen Cecere


ps 1 = nella prossima puntata Sabrina Querella parlerà in modo meno romantico della funzione della coda nello yoga.


ps 2 = avete mai fatto caso agli usi della parola "coda" nei tanti modi di dire della nostra lingua? Avere la coda tra le gambe, il diavolo ci ha messo la coda, avere la coda di paglia, non avere né capo né coda, è un serpente che si morde la coda, un cane che si morde la coda, colpo di coda, nella coda sta il veleno, guardare con la coda dell’occhio, coda di cavallo, la coda di un vestito, la coda della cometa, pianoforte a coda, la coda di un discorso, fare la coda, fanalino di coda.


ps 3 = mentre scrivo, e lo sto davvero ricordando improvvisamente, mi viene in mente con delizioso stupore che la parola di prova con la quale ottenni il mio lavoro da lessicografa in Utet fu proprio "coda"... 


Carmen Cecere

SQY